La mostra Bruce Goff: Material Worlds, in corso fino al 29 marzo presso l’Art Institute di Chicago, è l’occasione per riscoprire la curiosità, le passioni, la creatività senza limiti di Bruce Goff (1904-1982), e le case originali che l’architetto autodidatta costruì soprattutto nel Midwest americano.

Progettate per artisti, banchieri e agricoltori, le più di cento case realizzate da Goff sono espressioni di un’architettura organica ante-litteram, vicina ma differente da quella del suo mentore di una vita Frank Lloyd Wright.

Rifuggendo il minimalismo funzionale del Movimento Moderno, che si esprimeva soprattutto nelle grandi metropoli, le sue architetture partivano da cupole, spirali e tetraedri e si completavano impiegando materiali naturali anche impensabili, come blocchi di carbone e piume d’oca, o industriali di largo consumo e post-consumo come l’AstroTurf (il primo tappeto erboso sintetico), il cellophane, pailettes e cocci di vetro.

Tra le sue opere una chiesa metodista a Tulsa (1926-29); casa Bartman (Fern Creek, Kentucky, 1941); casa Bavinger (Norman, Oklahoma, 1950); casa Duncan a Cobden, in Illinois (1965-67).

Ma tra gli oltre 200 oggetti in mostra – disegni, fotografie e modelli di architetture – figurano anche dipinti astratti e una variegata quantità di oggetti personali – conchiglie, vetri, abiti, oggetti di artigianato giapponese, riviste, libri di fantascienza – che collezionava, a testimonianza della vasta gamma di suggestioni (inclusa la musica) che influenzavano il suo procedere creativo.

Curata da Alison Fisher e Craig Lee, Bruce Goff: Material Worlds è stata allestita dallo studio New Affiliates di Ivi Diamantopoulou e Jaffer Kolb.

The Art Institute of Chicago, gift of Shin’enKan, Inc.