Dal 16 marzo arriva nelle sale italiane E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare, film di Beatrice Minger e Christoph Schaub a metà strada tra biopic e documentario.
Distribuito da Trent Film, il lavoro ripercorre la vicenda di Eileen Gray – architetta e designer irlandese nata nel 1878 tra le figure più originali e pionieristiche del modernismo europeo – e la storia del suo rifugio in Costa Azzurra: la villa E.1027 a Roquebrune-Cap-Martin.

Si tratta della prima architettura della Gray, completata nel 1929. Il nome della casa codificava la relazione con Jean Badovici, critico e architetto rumeno naturalizzato francese, fondatore della rivista L’Architecture Vivante, con cui la progettò.
Come ricordato nel volume Eileen Gray. Una biografia illustrata di Gisella Bassanini e Giovanna Canzi appena pubblicato da marinonibooks, ogni lettera e numero del nome E.1027 ha un significato: E sta per Eileen; 10 indica la J di Jean, 2 la B di Badovici, 7 la G di Gray.
Le linee, i colori e le forme di questa casa sul mare ispirata ai principi modernisti diventano parte integrante della narrazione filmica. Il racconto procede attraverso un linguaggio visivo ibrido che combina ricostruzioni, materiali d’archivio e sequenze di finzione, restituendo il ritratto di un’artista brillante e complessa che trascorse gran parte della propria vita ai margini della scena ufficiale.

All’interno della villa Gray disegna ogni elemento: mobili, luci, tappeti, serramenti. Lo spazio è modellato per evocare insieme isolamento e libertà di movimento. Ogni stanza ha un’uscita indipendente, un affaccio sul mare, un dettaglio inatteso – come la cassettiera angolare nascosta o l’ingresso che cela alla vista il salone fino a quando non si gira l’angolo, come indicato sulla soglia, per entrarvi «lentamente». Un’architettura pensata per accogliere i corpi e le pratiche quotidiane di chi la abita, «lontana dall’applicazione meccanica e astratta di formule, dal freddo calcolo, dall’igienismo esasperato e dall’eccessivo tecnicismo», come scrivevano Gray e Badovici.
Il film mette al centro anche il conflitto con Le Corbusier, che scoprì la casa e ne rimase profondamente colpito. Frequentatore abituale della villa con la moglie Yvonne Gallis e l’amico Fernand Léger, chiese a Badovici – divenuto nel frattempo proprietario dell’edificio – il permesso di dipingere alcune pareti, giudicate «piatte, spente e insignificanti». Tra il 1937 e il 1938 realizzò così una serie di murali che modificarono alcune parti dell’ambiente costruito, alterando l’equilibrio originario dell’architettura. Per lungo tempo, inoltre, l’edificio fu erroneamente attribuito allo stesso Le Corbusier.

«Si potrebbe sostenere che Le Corbusier non abbia fatto nulla di “sbagliato”: quando arrivò, Eileen Gray non viveva più nella casa e Jean Badovici gli diede il permesso di dipingere i murali», spiega la regista Beatrice Minger. «Ma è accettabile appropriarsi della visione artistica di un’altra persona? Per me no. Da questa inquietudine è nato il film. La violazione non riguarda soltanto le pareti bianche di una casa. All’inizio del Novecento le artiste erano confinate agli spazi interni – arredi, decorazione, pittura. Gray infranse quel limite entrando nel territorio dell’architettura».
Aggiunge il co-regista Christoph Schaub: «Gray portò una voce femminile nel dibattito modernista. L’interesse di Le Corbusier per la sua casa generò una storia emotiva, quasi un dramma. Per raccontarla abbiamo scelto un approccio radicale: niente interviste o esperti, ma uno spazio cinematografico in cui emozioni e domande potessero emergere».

La villa E.1027 era pensata come un organismo domestico sofisticato, studiato in ogni dettaglio: distribuzione degli ambienti, mobili integrati, superfici e colori. Tutto rispondeva a una visione dell’abitare attenta alla dimensione umana e al rapporto con il paesaggio.
Quando Le Corbusier la scoprì ne rimase affascinato, ma l’ammirazione si trasformò presto in una forma di ossessione. Gray, che già dal 1931 si era progressivamente ritirata dalla vita pubblica, definì i murali un atto di vandalismo e ne chiese la rimozione. La richiesta fu ignorata. Nel 1952 Le Corbusier costruì inoltre il suo celebre Cabanon proprio alle spalle della villa.
Ironia della sorte, nel 1965 l’architetto svizzero morì durante una nuotata nelle acque di Roquebrune-Cap-Martin, di fronte alla casa che aveva tanto ammirato e contestato.
La figura di Eileen Gray sarebbe stata riscoperta solo nel 1968, grazie a un articolo dedicato alla villa E.1027. Oggi i suoi arredi – tra cui il tavolino E.1027, la poltrona Bibendum e il paravento laccato Brick Screen – sono conservati in musei e collezioni di tutto il mondo.
La villa, restaurata e aperta al pubblico, è ora un museo dove le diverse letture della sua storia continuano a confrontarsi.