Il benessere dipende dalle relazioni. L’abitare e la cura nel progetto The Health Sanctuary

Spesso i progetti di ricerca non trovano sbocco nel mondo reale ma suggeriscono direzioni fondamentali per architetture capaci di migliorare la qualità di vita delle persone.
È il caso di The Health Sanctuary, pensato per il quartiere di Thamesmead, a est di Londra, e sviluppato da Anindita Shrivastava nell’ambito del programma Housing and Urbanism della Architectural Association nel 2022 (tutor Elena Pascolo).

 

Il sito di progetto (a nord-ovest il Tamigi). ©Anindita Shrivastava

 

Alla base del progetto l’idea che la cura dovrebbe entrare a far parte della vita quotidiana. Per chi convive con una malattia cronica o permanente, il bisogno di assistenza non si esaurisce negli appuntamenti medici: occorrono luoghi dove riposare in tranquillità e riservatezza, accedere a cure professionali e mantenere relazioni con gli altri.

The Health Sanctuary propone un contesto in cui abitazioni, servizi clinici e giardini condivisi entrano a far parte della medesima routine quotidiana.

 

©Anindita Shrivastava.

 

La proposta attribuisce al termine ‘santuario’ il significato contemporaneo di rifugio per il corpo, la mente e lo spirito. Consultazioni mediche, monitoraggio e tecnologie restano elementi essenziali, affiancati dal sostegno informale che nasce dagli incontri della vita quotidiana.

 

©Anindita Shrivastava

 

Tre principi progettuali – filter (filtro), interlock (connessione) e threshold (soglia) – traducono questa visione nell’organizzazione delle abitazioni, degli edifici e del paesaggio.

Filtro – La cura intorno all’abitare

Il principio di filtro riorganizza l’assistenza a partire dalle abitazioni, affiancate da spazi per consultazioni, diagnosi e trattamenti. I monolocali sono destinati a persone sole e anziani; gli appartamenti con una camera da letto alle coppie, mentre le abitazioni con due o tre camere rispondono alle esigenze delle famiglie. Una varietà che accoglie generazioni diverse e si adatta al mutare delle necessità nel tempo. Un residente può recarsi a una visita, tornare direttamente a casa oppure scegliere di trascorrere del tempo in un giardino condiviso.

L’approccio riprende l’attenzione della sociologa Hilary Cottam per le relazioni e il sostegno reciproco. Il personale qualificato mantiene la responsabilità dell’assistenza clinica, mentre la compagnia e le attività condivise rimangono volontarie. Spazi per lo studio e il lavoro, per terapie di gruppo, attività ricreative e giardini sono pensati anche per il quartiere circostante, offrendo motivi per frequentare il complesso che vadano oltre la necessità di una visita medica.

Connessione – Abitare in relazione con il paesaggio

Il principio della connessione estende queste relazioni al paesaggio di Thamesmead. Il progetto introduce nel sito, a partire dal margine residenziale, un sistema di percorsi disposto a pettine. Una maglia articolata organizza lungo questi tracciati gli edifici e i giardini, collegati da sentieri, pergole e serre. L’obiettivo è mettere in relazione la vita del quartiere con il paesaggio, preservando al contempo le connessioni tra gli habitat naturali. In prossimità dell’impianto di trattamento delle acque reflue il progetto di Anindita Shrivastava prevede una fascia vegetata e bacini d’acqua, concepiti come filtri ecologici e spazi condivisi per il tempo libero.

 

©Anindita Shrivastava

 

Lo stesso principio informa l’architettura degli edifici. Una maglia strutturale ripetuta riunisce abitazioni, ambienti clinici e spazi comuni in un sistema flessibile e adattabile. Le corti introducono spazi verdi all’interno di piante profonde, mentre volumi sovrapposti e giardini d’inverno mettono in relazione le attività distribuite ai diversi livelli. Gli ambienti possono essere accorpati o riconfigurati in funzione dell’evoluzione dei nuclei familiari e delle esigenze assistenziali.

Soglia – Spazio di relazione

Il principio della soglia attribuisce agli spazi intermedi tra casa e cura un ruolo sociale e ambientale. Ambienti verdi di dimensioni contenute accolgono piccoli gruppi, mentre serre più ampie ospitano attività condivise, sedute terapeutiche ed eventi. La serra principale raggiunge un’altezza massima di 15 metri e costituisce il fulcro dei collegamenti verticali, attorno al quale si raccolgono gli ambienti e i pianerottoli.

L’attesa e gli spostamenti diventano così occasioni per conversare o sostare in giardino. La riservatezza conserva tuttavia pari importanza: alloggi tranquilli, ingressi protetti e percorsi diretti privi di barriere architettoniche consentono di raggiungere gli spazi di cura o rientrare a casa senza dover necessariamente partecipare ad attività collettive.

 

©Anindita Shrivastava

 

L’organizzazione stagionale attribuisce alle serre anche una funzione pratica di filtro termico tra interno ed esterno. Schermature solari e ventilazione controllata dovrebbero limitare il surriscaldamento estivo, mentre durante l’inverno la gestione degli apporti solari, del ricambio d’aria e della conservazione del calore contribuirebbe al comfort ambientale. Le abitazioni e gli ambienti clinici disporrebbero di sistemi di controllo autonomi. L’inerzia termica delle strutture, il possibile recupero del calore di scarto e le attività di coltivazione, compresi i giardini dedicati alle piante medicinali, esplorano ulteriori possibilità di autosufficienza. Le prestazioni ambientali e l’efficacia dei filtri paesaggistici richiederebbero comunque verifiche specifiche.

 

©Anindita Shrivastava

 

Il contributo di The Health Sanctuary consiste nell’integrare, all’interno di un unico contesto di quartiere, abitazioni intergenerazionali, assistenza professionale continuativa e serre destinate alla vita collettiva. Un eventuale sviluppo della proposta richiederebbe il coinvolgimento dei residenti e dei soggetti che erogano i servizi di cura, per definire modalità di accesso, accessibilità economica e uso degli spazi condivisi, assegnando responsabilità precise alla gestione sanitaria, residenziale e manutentiva. L’ambizione è fare della vita quotidiana una componente integrante della cura, riconoscendo al tempo stesso la salute dell’ambiente circostante come una responsabilità condivisa.

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