Curata da Paolo Bossi con la collaborazione di Barbara Galli, fino all’1 marzo a Busto Arsizio è in corso la mostra Città Architettura Comunità, dedicata alla figura di Enrico Castiglioni (1914-2000), uno dei protagonisti dell’architettura europea più celebrati dalla critica tra i primi anni Cinquanta e tutti gli anni Settanta.
Esito anche dell’inventario del suo archivio professionale, donato dai figli agli Archivi storici del Politecnico di Milano, ai documenti e ai modelli la mostra, allestita negli spazi per le esposizioni temporanee delle Civiche Raccolte d’Arte di Palazzo Marliani Cicogna, la mostra affianca le fotografie odierne delle sue opere realizzate da Marco Introini.

In una sezione distaccata al primo piano, a cura di Angela Cerutti, è esposta una selezione di opere di Castiglioni appartenenti alle collezioni civiche.

Nel 1955 Enrico Castiglioni scriveva di ‘semplicità’ dell’architettura riferendosi alla sua necessità primaria, quella di «garantire all’uomo un ambiente protettivo e, contestualmente, costruire i luoghi, gli spazi, le condizioni necessarie al costituirsi e al rappresentarsi del gruppo umano per crescere come comunità».
Si tratta tuttavia di una semplicità che non si esaurisce sul piano dell’utilità materiale, poiché nell’architettura l’essenza spirituale della persona «si trasferisce nella cosa e la informa di sé medesima, partecipandola alla comunità» attraverso «una mutazione della materia» nella quale l’artista «ha deposto, impresso un segno espressivo».
E se innovazioni e sperimentazioni offrono nuove opportunità espressive, tali opportunità non possono essere fini a sé stesse: «A noi capita di vivere l’architettura in un momento particolarmente suggestivo – scriveva l’architetto – quando l’atto del costruire ha subìto una straordinaria estensione nelle sue possibilità strumentali, che è poi un maggior grado di libertà. Il nostro difficile impegno è di usare di questa libertà con coerenza, con onestà verso l’atto del costruire. Il che richiama la condizione della nostra società che, dopo aver dilatato la sua strumentalità con la scienza e l’industria, va ora cercando le strutture dentro le quali possa fare uso ordinato della sua progredita libertà».
