Perdersi nella luce

Venti artisti selezionati da Caroline Bourgeois raccolti a Palazzo Grassi a Venezia per dare unità alla luce attraverso installazioni, fotografie, sculture, dipinti e film in bianco e nero. Un cammino tra giorno e notte, realtà e illusione.

Caroline Bourgeois a Palazzo Grassi si immedesima con la dimensione architettonica e la sfera urbanistica dell’edificio, operando scelte curatoriali mirate a creare un legame significativo tra categorie estetiche e materiche. In mostra sono presentate quaranta opere e venti artisti di diverse generazioni, dall’emergente Claire Tabouret (1981) all’argentino Julio Le Parc (1928), considerato tra i più importanti esponenti dell’arte optical e cinetica degli Anni Sessanta.

Gli artisti selezionati per dare temperatura ad una ricerca biennale aprono corrispondenze perfette e danno corpo all’impalpabile, velatissima L’Illusione della luce. Da Eija-Liisa Ahtila a Troy Brauntuch, da Marcel Broodthaers a David Claerbout, da Bruce Conner a Latifa Echakhch (senza dimenticare i neon di Dan Flavin e le ricapitolazioni di Danh Vo) la mostra analizza ambivalenti potenzialità linguistiche della luce, attraversando sfere oniriche e differenti gradi di conoscenza, per liberare l’occhio dalle visioni convenzionali e dare vita ad un percorso decifrabile come un moto di espansione nello spazio.

 Doug Wheeler, D-N SF 12 PG VI 14, 2012 (foto di Fulvio Orsenigo ©2014 Doug Wheeler, per concessione di David Zwirner, New York/ Londra)

I lavori tracciano un percorso fisico, una sorta di traccia luminosa e immaginaria al tempo stesso, una scia che cambia di continuo al variare della luminosità del giorno o della notte, a seconda del tempo di visita dello spettatore. La mostra è concepita per mettere in discussione l´attuale stasi dell’architettura attraverso giochi ottici di destabilizzazione tra miraggi, immagini preesistenti, vuoti/pieni e diversi fenomeni marcatamente percettivi. Lampi improvvisi, fulgori, scintille, gibigiane, riflessi e bagliori che possono provenire da fonti luminose o artificiali sottolineando l’imprevedibilità strutturale della luce (bianca, colorata o industriale che sia). Instabilità che utilizza le ombre come limite del passaggio tra realtà e illusione.

Vidya Gastaldon, Escalator (Rainbow Rain), 2007, courtesy l´artista e Art: Concept, Parigi (foto ©Palazzo Grassi, ORCH orsenigo_chemollo)

La mostra invade il sistema ottico dello spettatore fin dall’ingresso, con D-N SF 12 PG VI di Doug Wheeler, pioniere, assieme a Robert Irwin e James Turrell, del movimento californiano Light and Space, che si sviluppa a Los Angeles a partire dagli anni Sessanta; periodo in cui la luce diventa materia, alterando radicalmente la percezione dello spazio, che sembra annullare e poi risucchiare lo spettatore in un ambiente asettico, latteo e disorientante. Provocando in chiunque la sensazione di un sollevamento fisico del corpo. Quest´opera genera disturbo visivo e accresce nello spettatore il senso della assoluta incapacità di determinare misure e distanze nello spazio.

Bertrand Lavier, Ifafa III, 2003, courtesy dell´artista e Yvon Lambert, Pargi (foto ©Palazzo Grassi, ORCH orsenigo_chemollo ©Bertrand Lavier by SIAE 2014)

Uno straniamento che prosegue con Marquee, l’installazione accecante di Philippe Parreno, un piano luminoso sospeso simile alle insegne intermittenti dei teatri vittoriani, edifici che qui abbandonano la loro epigonica ascesa per diventare una eco contemporanea. Anche l’opera realizzata ad hoc e ispirata all’arcobaleno del Mago di Oz di Vidya Gastaldon, dal titolo Escalator (Rainbow Rain), una cascata di fili di lana, stoffa e piccoli elementi in plastica, falsa le proporzioni del percorso producendo effetti percettivi influenzati dall’interazione con il museo stesso e assurgendo a monumento di una poetica dell’evanescenza.

Robert Whitman, Untitled (Light Bulb), 1994‐1995, courtesy l´artista e Broadway 1602, New York (foto ©Palazzo Grassi, ORCH orsenigo_chemollo)


Atto Belloli Ardessi



© 2020 IoArch. All Rights Reserved.

Scroll To Top