A Londra il brutalismo continua a essere terreno di scontro: da una parte la retorica della conservazione integrale, dall’altra demolizioni e sostituzioni che cancellano interi pezzi di città moderna.
Il progetto di retrofit di Space House, firmato da Squire & Partners a Covent Garden, prova invece a spostare il dibattito su un piano meno ideologico e più operativo: cosa può diventare oggi un edificio per uffici degli anni Sessanta senza perdere la propria identità?

Disegnato da Richard Seifert and Partners e completato nel 1968, Space House è uno degli edifici più riconoscibili del modernismo londinese: una torre cilindrica con facciata prefabbricata cruciforme appoggiata su colonne a Y, affiancata da un blocco rettilineo cui è collegata da un ponte sospeso.

Il rischio, in operazioni di questo tipo, è spesso quello della musealizzazione: preservare l’immagine dell’edificio senza realmente interrogarsi sul suo funzionamento contemporaneo.
Qui accade il contrario. Squire & Partners elimina stratificazioni e interventi successivi accumulati nei decenni per riportare in evidenza la logica originaria dell’edificio, ma usa il retrofit come occasione per ridefinire completamente il rapporto tra spazio di lavoro, infrastruttura tecnica e città.

L’intervento aggiunge due nuovi livelli alla torre e un piano supplementare al blocco lineare, portando il complesso a circa 24.000 metri quadrati di workspace.
Occupato per oltre cinquant’anni dalla Civil Aviation Authority, ora il complesso integra oggi uffici, retail, terrazze, spazi evento e aree condivise.

Invece di mimetizzare l’estensione contemporanea o contrapporla all’esistente, il nuovo intervento si sviluppa dall’interno della grammatica di Seifert. Le nuove porzioni della torre sono state costruite replicando i moduli cruciformi prefabbricati originali: quarantotto elementi ricostruiti con attenzione quasi filologica per reintegrare il coronamento dell’edificio e nascondere i nuovi impianti tecnici.

Il sistema costruttivo originale – prefabbricazione in cemento e struttura ibrida in-situ – ha reso possibile l’ampliamento senza alterare radicalmente il carattere dell’edificio. Un tema che oggi torna centrale nel dibattito europeo sul riuso: molti edifici moderni, considerati obsoleti fino a pochi anni fa, stanno dimostrando una capacità di adattamento superiore rispetto a molta produzione immobiliare recente.

Gli spazi interni si distinguono per pavimenti in cemento levigato, grandi superfici continue, terrazzo nelle aree comuni, lunghi assi visivi e piani liberi senza colonne che favoriscono permeabilità e flessibilità d’uso.
La monumentalità brutalista viene alleggerita da luce naturale, vegetazione, arredi ‘morbidi’ e una sequenza di spazi condivisi che cerca di rispondere a un tema oggi inevitabile per l’office design: convincere le persone a tornare in ufficio senza trasformare il luogo di lavoro in uno scenario artificiosamente domestico.

Il progetto è molto esplicito anche nel ripensamento degli elementi auto-centrici originari. Le rampe automobilistiche sono ora ripensate per l’accesso ciclabile, il parcheggio interrato è stato trasformato in deposito per oltre 550 biciclette con servizi dedicati, mentre l’ex stazione di servizio alla base della torre è diventata The Filling Station, nuovo spazio pubblico aperto sulla strada.
