The Quiet Machine: David Claerbout al Mast di Bologna

Fondazione Mast presenta, dal 29 ottobre al 7 febbraio 2027, The Quiet Machine, la prima grande personale in Italia dell’artista belga David Claerbout (Kortrijk, 1969). La mostra, a cura di Francesco Zanot, è una delle più ampie retrospettive del suo lavoro, dedicato alla relazione tra industria, tecnologia e natura, con nove film e dodici disegni articolati tra un percorso lineare al primo piano del Mast e un intervento site-specific al piano zero.

Claerbout si avvicina progressivamente alla fotografia, al film e ai nuovi media producendo opere in cui queste discipline esistono sia singolarmente sia combinate tra loro in modi diversi. La riflessione sulla tecnologia è una parte fondamentale della sua ricerca e concorre alla determinazione di un linguaggio multiforme e complesso.
Le sue opere sono il risultato di un’infrastruttura computazionale estremamente sofisticata e sempre aggiornata: fotografie realizzate in luoghi e momenti diversi vengono utilizzate come materiale di partenza e ricomposte in un unico flusso visivo; modellazione 3D, animazione, software generativi e intelligenza artificiale contribuiscono a fabbricare immagini tanto realistiche quanto irreali in cui la tecnologia non prende il sopravvento e la complessità dei procedimenti rimane in secondo piano.

 

David Claerbout, The Forest and the Wood, 2026. Videoproiezione a un canale, colore, suono stereo. © David Claerbout by SIAE. Courtesy the artist and galleries Pedro Cera, Annet Gelink, Sean Kelly, Greta Meert, Esther Schipper, Rüdiger Schöttle

 

Il tempo costituisce fino dagli esordi uno degli assi principali intorno a cui si sviluppa il lavoro di Claerbout, che lo investiga, lo plasma, lo frammenta, lo dilata. La durata delle sue opere può assumere proporzioni estreme, fino a un’intera giornata o addirittura all’infinito nel caso di film generati da un computer in tempo reale. La sua pratica ruota attorno ai concetti di temporalità e durata attraverso immagini sospese in una tensione costante tra immobilità e movimento, offrendo l’esperienza di un incessante divenire. Nel suo lavoro gli eventi non esistono più, ridotti al minimo del loro potenziale e quasi disciolti nella durata: l’attenzione si concentra così sul processo, facendo delle opere “macchine quiete” in mezzo al dilagare delle immagini che vengono continuamente prodotte, consumate, dimenticate.

Uno dei temi ricorrenti della mostra è il lavoro: quello dei protagonisti dei film, quello teorico e tecnico dell’artista, quello della macchina (il software, l’algoritmo, il motore grafico) e quello interpretativo dei visitatori.

La natura è spesso rappresentata, ma senza separazione dal mondo tecnologico. La foresta e l’hangar, il sole e l’algoritmo, la crescita delle piante e la produzione industriale sono governati dal medesimo principio: nulla è immobile, nulla è definitivamente compiuto. In questo senso le opere di Claerbout invitano a prendere parte a un cambiamento che si realizza nel tempo.

I dodici disegni presentati nella mostra costituiscono un’altra forma della riflessione dell’artista, in cui la complessità tecnologica lascia spazio alla relazione elementare tra pensiero, manualità e segno. Ognuno di essi si riferisce ad uno specifico film, ma non costituisce un materiale preparatorio, bensì una fase del percorso attraverso diagrammi, annotazioni, figure e frammenti di immagini. I disegni assumono così la funzione di mappe che consentono a Claerbout di tenere sotto controllo il processo, verificando in ogni momento la propria posizione rispetto al progetto originario.

I film di Claerbout sono autentiche costruzioni, architetture mobili e accoglienti, luminose e serene (ma non necessariamente rasserenanti), che continuano ad agire oltre il momento della visione, sostituendo l’effetto sorpresa con la sedimentazione nella memoria. Dispositivi, scrive Francesco Zanot, «che producono le condizioni per partecipare a un’esperienza. Non ci impongono di credere a ciò che vediamo, né di interrogarci continuamente sul suo grado di realtà o di artificio. Non vanno alla ricerca dell’illusione perfetta e neppure dello smascheramento dell’illusione. Ci invitano, più semplicemente, a prendere parte a un cambiamento che si realizza nel tempo».

I nove film in mostra (tra cui i due inediti Eagle Eye e The Forest and the Wood) sono:

– The Algiers’ Sections of a Happy Moment (2008), ambientato in un piccolo campo da calcio su un tetto della Casbah di Algeri, che dilata un singolo istante ripreso da centinaia di punti di vista in una proiezione fotografica di 37 minuti.

– Sunrise (2009): una domestica riordina una casa ancora immersa nell’oscurità prima del risveglio dei suoi abitanti. Terminato il lavoro, esce e si allontana in bicicletta, mentre la notte lascia progressivamente spazio alla luce dell’alba.

 

David Claerbout, Sunrise, 2009. Videoproiezione a un canale, colore, stereo sound, 18m © David Claerbout by SIAE. Courtesy Collection De Pont Museum, The Netherlands

 

Breathing Bird (2012) riprende due uccelli posti uno di fronte all’altro ai lati di un davanzale, che entrano nel reciproco campo visivo pur rimanendo fisicamente separati. Nella fredda aria esterna, il respiro di uno dei due genera un’area di minuscole goccioline d’acqua ghiacciate sulla finestra che li separa.

Oil workers (from the Shell company of Nigeria) returning home from work, caught in torrential rain (2013), costruito meticolosamente con software di modellazione 3D a partire da una piccola immagine trovata su Internet, mostra un gruppo di uomini che si riparano dalla pioggia monsonica. Più a lungo si osserva l’immagine, più gli uomini sembrano prigionieri della loro attesa un tempo migliore, meteorologico e forse anche esistenziale.

 

David Claerbout, Oil workers (from the Shell company of Nigeria) returning home from work, caught in torrential rain, 2013. Videoproiezione, animazione HD, colore, muto, durata infinita © David Claerbout by SIAE Courtesy Emanuel Hoffmann Foundation, in prestito permanente alla Öffentliche Kunstsammlung Basel

 

The Woodcarver and the Forest (2025) ha come protagonista un uomo che intaglia lentamente migliaia di cucchiai di legno mentre, quasi impercettibilmente, la foresta che lo circonda scompare. Attraverso un’azione minima e ripetitiva, Claerbout mette in relazione il tempo del lavoro manuale con quello della trasformazione ambientale. In un film di oltre 24 ore di durata la progressiva sparizione del paesaggio trasforma così un gesto quotidiano in una riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente.

Aircraft (F.A.L.) (2015-2021) mostra un aereo che fluttua all’interno di un grande capannone industriale, sospeso tra assemblaggio e abbandono. Lo spazio reale, ripreso da Claerbout, si combina con un’elaborata ricostruzione digitale, creando l’illusione di una realtà fotografica. L’aereo appare contemporaneamente in costruzione e già obsoleto, sovrapponendo futuro e passato in una nuova temporalità impossibile.

The Close (2022), concepito come un viaggio attraverso il passato e il futuro della macchina da presa. L’opera mette in relazione la ricostruzione di un film amatoriale degli anni Venti con una rielaborazione digitale 3D di quel medesimo materiale.

Eagle Eye (2026) ha una durata di diverse ore consecutive e ha come protagonista un’aquila di mare testabianca, immobile ma vigile, distesa su un tavolo operatorio e ripresa da diversi punti di vista. Il film, realizzato a partire da materiali d’archivio di rapaci soccorsi, successivamente rielaborati attraverso un processo di animazione lungo, metodico ed estremamente minuzioso che combina CGI e intelligenza artificiale generativa, evoca un rapporto enigmatico tra il regno artificiale e computazionale e la vita organica.

 

David Claerbout, Eagle Eye (Main Composition), 2026 Gouache, pastello, acrilico e matita su carta Canson Montval, 91 x 83 cm © David Claerbout by SIAE. Courtesy the artist

 

The Forest and the Wood (2026) presenta un bosco di larici nella Val Fex, in Svizzera, costruito digitalmente e poi progressivamente abbattuto da una squadra di operai virtuali. Una volta scomparso, il bosco viene ricostruito semplicemente invertendo il tempo del film. Claerbout mette così a confronto la reversibilità del mondo digitale con i processi naturali, che non possono essere altrettanto facilmente arrestati o invertiti.

La mostra è accompagnata da un booklet edito da Fondazione Mast ed è affiancata da un programma di talk, proiezioni, presentazioni e workshop per il pubblico, le famiglie e i più piccoli, a ingresso gratuito su prenotazione.

Il programma su: www.mast.org

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