Sharjah Architecture Triennial 2026, inaugurazione il 14 novembre

Si intitola Architecture Otherwise: Building Civic Infrastructure for Collective Futures la terza edizione della Sharjah Architecture Triennial che si apre il 14 novembre 2026 negli Emirati Arabi Uniti.
Curata dall’antropologa e scrittrice Vyjayanthi Rao e da Tau Tavengwa (associate curator), la manifestazione – che si concluderà il 14 aprile 2027 – affronta il rapporto tra architettura, pratiche sociali e costruzione della vita collettiva, proponendo una riflessione sul ruolo dell’architettura che va oltre la dimensione strettamente fisica degli edifici.

Il tema di questa edizione invita a considerare l’architettura come espressione delle relazioni, delle conoscenze, delle pratiche quotidiane e delle forme di scambio che rendono possibile la vita urbana. Non soltanto, quindi, costruzione dello spazio fisico, ma anche infrastruttura civica e strumento attraverso il quale le comunità definiscono il proprio modo di abitare e trasformare i luoghi.

 

Lunchtime recreation at Horniman Circle Garden, Mumbai. Photo by Rajesh Vora

 

La Triennale coinvolge 35 partecipanti, tra architetti, artisti, ricercatori e collettivi multidisciplinari, con progetti e installazioni distribuiti in diversi luoghi dell’Emirato di Sharjah. Tra le sedi figurano l’Al Qasimiyah School, il mercato ortofrutticolo di Al Jubail, il villaggio sepolto di Al Madam e lo Sharjah Museum of Islamic Civilization.

 

La Al Qasimiyah School, una delle sedi della Sharjah Architecture Triennial. Images by Ahmed Osama. Courtesy of Sharjah Architecture Triennial

 

Il programma inaugurale, dal 14 al 19 novembre, è concepito come un’estensione pubblica della Triennale, con visite guidate dai progettisti, interventi dal vivo, performance, proiezioni e momenti di confronto.
Tra i progetti presentati figura Tumblespace (or What Binds Us?) di Aslıhan Demirtaş, Ali Cindoruk e Dilşad Aladağ, una struttura itinerante concepita per creare spazi temporanei di incontro e scambio, interrogandosi sulle relazioni tra persone, movimento e territorio.

 

Tumblespace or What Binds Us? by Aslıhan Demirtaş, Ali Cindoruk and Dilşad Aladağ. Photo: Tumblespace III, 2025, Kaş, Türkiye by Ali Cindoruk. Photo credit: Aslıhan Demirtaş.

 

Badriyah Alsalem propone invece le performance-lezione The Houses of the Moon e Names of the Sun, dove osservazione, poesia e astronomia culturale diventano strumenti per esplorare il rapporto tra paesaggio, tempo e cielo.

Il programma comprende anche performance musicali e coreografiche. Il cantante pakistano-americano Ali Sethi presenta Borrowed Time: trails and tentacles in popular music, mentre il coreografo Omar Rajeh propone Origami Bodies, in dialogo con il progetto Lalla Alwyia, Khalwa di Ziad Jamaleddine.
Il musicista e compositore Melvin Gibbs presenta Convergence, una ricerca sulle relazioni tra ritmo, vibrazione e movimento attraverso le tradizioni musicali della diaspora africana.

Una sezione è dedicata al cinema documentario e alle trasformazioni urbane. Tra le opere in programma, The Tower: A Concrete Utopia di Filip De Boeck e Sammy Baloji, dedicato alle forme autonome di organizzazione dello spazio urbano a Kinshasa, e Housing Agency: Incremental Mumbai di Cassim Shepard, che indaga come le pratiche abitative informali abbiano influenzato le politiche pubbliche per la casa in India.
Completano il programma Sanhattan di Ignacio Gatica, sul distretto finanziario di Santiago del Cile, e Memories of Milk City di Ruchir Joshi, dedicato alla memoria e allo sradicamento nella città indiana di Ahmedabad.

 

Kush Badhwar, Going in Circles, 2019. A home in Ganeshpuri village, on the present-day site of Navi Mumbai International Airport. Photograph by Kush Badhwar.

 

Il programma prevede inoltre una serie di conversazioni e tavole rotonde che mettono in dialogo architetti, artisti, studiosi e curatori sui diversi fattori che concorrono alla costruzione delle città.

L’incontro inaugurale, Building Civic Muscles, affronta il tema dell’ambiente costruito attraverso le pratiche quotidiane, le identità, le economie e le relazioni sociali che attribuiscono significato agli spazi. Vi partecipano Edgar Pieterse, fondatore dell’African Centre for Cities dell’Università di Città del Capo; Mabel O. Wilson, docente alla Columbia University; e Paola Antonelli, senior curator del dipartimento di Architettura e Design del MoMA di New York.

 

LionHeart, Plague of Pessimism, 2026, (Courtesy of the artist).

 

Altri incontri affrontano il ruolo delle immagini nella costruzione della memoria collettiva, i processi di trasformazione urbana nel Golfo, il rapporto tra tempo e città e il suono come pratica spaziale.

Il programma inaugurale culmina il 18 e 19 novembre con una conferenza internazionale ospitata all’Africa Hall, dal titolo Area Studies, Global Studies and Urban Studies: History, Politics and the Epistemology of Locality, organizzata in collaborazione con la Global Studies University.

La conferenza riunisce studiosi, architetti, artisti e ricercatori per discutere come si produca la conoscenza delle città e delle regioni e in che modo le storie e le esperienze locali possano mettere in discussione le narrazioni dominanti dello sviluppo urbano. Tra i partecipanti, l’architetta Rachaporn Choochuey, la docente Catalina Ortiz, l’artista Emily Jacir e l’antropologo Filip de Boeck.

 

Megawra conservation team working on Takiyyat Ibrahim al-Gulshani in Historic Cairo, 2025. Photo credit: Yara Huwait, Megawra.

 

Sono inoltre previste conferenze di AbdouMaliq Simone, sociologo e professore, e Manthia Diawara, scrittore e regista. La chiusura è affidata a una conversazione tra l’antropologo Arjun Appadurai e la curatrice Vyjayanthi Rao sul significato dello studio delle identità locali in un contesto sempre più interconnesso.

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