Non dominare la natura, ma lavorare con essa: è questa la prospettiva emersa dal confronto tra i progettisti internazionali della sedicesima edizione di Landscape Festival – I Maestri del Paesaggio, organizzata da Arketipos con il Comune di Bergamo e il sostegno di Pedrali, che si è conclusa a Bergamo.
Il tema Nuovo Rinascimento scelto per l’edizione 2026 è un metodo di lavoro: nelle parole di Vittorio Rodeschini, presidente di Arketipos, significa, come accadde nel Rinascimento, «mettere in relazione competenze, discipline, persone». Il paesaggio non è soltanto una risposta alle trasformazioni ambientali, ma espressione del rapporto tra una comunità e il proprio territorio.
La riflessione ha trovato una traduzione concreta nella ‘Green Square’ di Piazza Vecchia, che dopo quindici edizioni ha cambiato impostazione con il progetto di Cristina Mazzucchelli con Niccolò Nencini, Marco Pragliola, Esprit Architettura e Pietro Cabrini: elementi verdi e specchiati mettono in relazione patrimonio monumentale, attività commerciali e dehors, biodiversità e qualità dello spazio urbano.

La collaborazione con Pedrali, partner del progetto da dodici anni, ha accompagnato anche questa nuova fase con gli arredi dei dehors in Piazza Vecchia e con il sostegno nella realizzazione del #Rifugio Urbano disegnato da Katuscia Ratto al vicino Antico Lavatoio.

Dal convegno internazionale di paesaggisti che si è svolto il 18 e 19 settembre è emersa una concezione del paesaggio come sistema dinamico, nel quale natura e attività umane sono parte dello stesso processo.
Un’infrastruttura verde, nelle parole di Martí Franch Batllori, ovvero uno spazio di scambio tra sistemi ecologici e costruzioni culturali, dove il progetto coincide con la capacità di «coreografare processi» come crescita, erosione, manutenzione e uso.
Una prospettiva condivisa, da un’altra angolazione, da Artur Serra Costa, che invita a intervenire con discrezione, osservando ciò che già esiste e riconoscendo anche quando non intervenire.
A Knepp Castle Estate, raccontato da Charlie Harpur, il rewilding (l’inselvatichimento controllato) diventa un’esperienza nella quale osservazione, biodiversità e collaborazione sostituiscono una gestione fondata sul controllo.
Dalla Nuova Zelanda, Jo Wakelin ha poi portato l’esperienza di 21 anni di sperimentazione in condizioni aride e fredde, senza irrigazione, mettendo in discussione il concetto tradizionale di bellezza, qui affidata alla capacità delle piante di prosperare nelle condizioni del proprio ambiente.
La dimensione ambientale si intreccia così con quella culturale. Secondo i progettisti di Martha Schwartz Partners intervenuti, di fronte a condizioni ambientali instabili il paesaggio deve favorire anche un «adattamento culturale»: immaginazione ed esperienza multisensoriale sono necessarie per coinvolgere le persone.
Per Emanuele Bortolotti, il paesaggio può diventare il luogo di una relazione diversa tra l’uomo e la natura, nella quale la natura contribuisce al benessere ambientale e psicofisico. Da qui l’idea di un «paesaggio diffuso», nel quale la presenza della natura attraversa il territorio, dagli interstizi urbani alle superfici più estese.
Macarena Calvo Tagle lega invece paesaggio, identità territoriale e bellezza, sottolineando il valore degli ecosistemi per la salute, la ricreazione e la dimensione estetica, mentre The Landscape Studio ha riportato l’attenzione sull’ascolto dei luoghi: osservare, comprendere e lavorare con le caratteristiche già presenti, senza imporre un’immagine predefinita.
Anche il lavoro sul Madoo Conservancy di New York, presentato da Alejandro Saralegui e Kendell Cronstrom, ruota intorno alla capacità del giardino di cambiare nel tempo. Il principio è quello di evolvere, non congelare il paesaggio.
Per Luciano Giubbilei, nel progetto The Field a Maiorca, questa evoluzione passa invece dal dialogo tra discipline, memoria, spazio, luce ed emozione.
Le esperienze presentate a Bergamo convergono dunque sulla necessità di integrare ecologia, cultura, bellezza, scienza e vita quotidiana, mettendo in discussione l’idea di un paesaggio immutabile e di un progetto separato dai processi naturali.
Secondo Rodeschini, è proprio il dialogo multidisciplinare una delle condizioni del progetto contemporaneo: paesaggisti, botanici, agronomi, architetti, amministratori, università, imprese, giardinieri e cittadini contribuiscono con competenze differenti alla costruzione dei luoghi.
