Voyageur, l’installazione di Ibrahim Mahama per Napoli Contemporanea

Fino al 18 novembre un’inedita, monumentale installazione di arte pubblica, parte del programma Napoli Contemporanea curato da Vincenzo Trione, abita piazza Municipio.
È Voyageur, di Ibrahim Mahama: tre grandi barche in legno, alte circa 5, 7 e 8 metri, costruite secondo modelli e tecniche tradizionali del Ghana.
Le imbarcazioni, parzialmente immerse nel suolo della piazza, recentemente restaurata su progetto di Álvaro Siza, la trasformano in un luogo sospeso, nel quale l’idea del viaggio si confronta con quella della permanenza.

 

Ph. ©Sonia Assanti

 

Le tre barche mettono in relazione l’Africa occidentale e il Mediterraneo, due geografie unite da secoli di navigazioni, scambi e attraversamenti. Il lavoro richiama alcuni dei temi centrali della ricerca di Mahama: le migrazioni, la circolazione delle merci, il lavoro, la memoria dei materiali, gli scambi tra culture e le trasformazioni delle comunità.

L’installazione può evocare la dimensione tragica dei viaggiatori contemporanei che affrontano il mare alla ricerca di sicurezza e di una nuova possibilità di vita e può essere letta anche come vele ferme nel vento, come presenze che, pur non potendo più navigare, custodiscono l’idea del movimento, immagini di altri viaggi possibili e metafore di una speranza necessaria: la possibilità di attraversare confini, incontrare altre comunità e immaginare nuovi percorsi di convivenza.

Finanziato dal Comune di Napoli, Voyageur è il secondo capitolo del programma Napoli contemporanea 2026, dopo la mostra di Robert Crumb Cattivi pensieri.

Il programma ha visto susseguirsi negli anni progetti e interventi realizzati da alcuni dei protagonisti dell’arte contemporanea italiana e internazionale. Dalle grandi mostre Elysian Fields di Jim Dine (2025) e Napoli metafisica di Mimmo Jodice (2025), alle installazioni urbane Silent Hortense di Jaume Plensa (2025), OH! di Marcello Jori (2025), Tu si ’na cosa grande di Gaetano Pesce (2024), Io contengo moltitudini di Marinella Senatore (2024), Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto (2023) e Questi miei fantasmi di Antonio Marras (2023).

Ibrahim Mahama

Ph. ©Sonia Assanti

Ibrahim Mahama (Tamale, Ghana, 1987) è una delle voci più influenti dell’arte contemporanea e il primo artista africano ad aver raggiunto il primo posto nella classifica Power 100 di ArtReview.
La sua ricerca si concentra su installazioni monumentali e site-specific realizzate con materiali legati al lavoro e al commercio – sacchi di juta, legname e residui industriali – attraverso i quali esplora le economie globali, le storie coloniali e la circolazione di beni e persone.
Vive e lavora tra Accra e Tamale ed è il fondatore del Savannah Centre for Contemporary Art, del Red Clay Studio e di Nkrumah Volini.

Mahama ha esposto a livello internazionale, tra cui a Documenta 14, alla Biennale di Venezia e al Centre Pompidou, e dal 22 ottobre sarà alla Fondation Cartier di Parigi con la personale The Harvest Season.

Ha ricevuto il Prince Claus Award (2020), il Sam Gilliam Award (2024) e il Gold Award alla prima edizione degli Art Basel Awards (2025). Le sue opere sono presenti nelle collezioni di importanti istituzioni pubbliche in tutto il mondo. È rappresentato da Apalazzogallery e White Cube.

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