Serpentine di nome e di fatto il padiglione di Lanza Atelier

Inaugura sabato 6 giugno e rimarrà aperto fino al 25 ottobre il venticinquesimo padiglione estivo delle Serpentine Galleries il cui progetto quest’anno è stato affidato a Lanza Atelier, lo studio messicano di Isabel Abascal e Alessandro Arienzo.

 

Serpentine Pavilion 2026 a serpentine, designed by Isabel Abascal and Alessandro Arienzo, LANZA atelier. Exterior view © Lanza atelier, Photo Iwan Baan, Courtesy Serpentine.

 

Lo caratterizza su un lato un muro ondulato di mattoni che evoca una tecnica di origine egiziana e diffusa nei secoli scorsi in Gran Bretagna da ingegneri olandesi, che garantisce supporto laterale impiegando un numero minore di mattoni rispetto a una costruzione ortogonale. Una tecnica che gli inglesi chiamano ‘crinkle-crankle’ e che nella loro visita nel Regno Unito Abascal e Arienzo hanno trovato evocativa sia della cultura costruttiva e artigianale del Messico sia del nome e della posizione del padiglione, accanto alla Serpentine di Hyde Park.

Un secondo muro lavora in armonia con le chiome degli alberi per dare forma al padiglione vero e proprio, protetto da una copertura traslucida retta da colonne interne di mattoni, leggera e ariosa, che filtra la luce e le ombre del bosco a nord.

Serpentine Pavilion 2026 a serpentine, designed by Isabel Abascal and Alessandro Arienzo, LANZA atelier. Interior view © Lanza atelier, Photo Iwan Baan, Courtesy Serpentine.

 

Nella logica dello studio, che considera l’architettura e gli arredi come parte del medesimo processo progettuale, Lanza ha progettato anche le sedie e le panchine, costruite in legno di sapele, che verranno usate dal pubblico nel corso degli incontri curatoriali in programma e degli eventi estivi come le Park Nights.

 

Lanza atelier, Chairs for 4 Couples Dining Set, 2020. Photo: Fernando Ocaña.

 

Agli eventi che abitualmente si svolgono nel padiglione quest’anno si aggiunge una collaborazione con la Zaha Hadid Foundation per ricordare l’eredità di Dame Hadid che nel 2000 disegnò il primo padiglione estivo delle Serpentine. Da allora il programma è diventato una piattaforma globale di sperimentazione architettonica che ha dato spazio a grandi nomi e a talenti emergenti come Diébédo Francis Kéré, Frida Escobedo e Junya Ishigami.

Lanza Atelier è stato scelto da Bettina Korek, Hans Ulrich Obrist, Julie Burnell, Chris Bayley, Tamsin Hong e Liz Stumpf. Advisor Sou Fujimoto (che aveva disegnato il Serpentine Pavilion del 2013).

 

Serpentine Pavilion 2026 a serpentine, designed by Isabel Abascal and Alessandro Arienzo, LANZA atelier. Conceptual sketch, worm’s eye view. © Lanza atelier. Courtesy Serpentine.

 

Serpentine è sostenuta da Bloomberg Philanthropies. Main partner del Serpentine Pavilion è – già da dieci anni – Goldman Sachs. Orologio ufficiale Rolex. Il padiglione è stato realizzato con il sostegno di Qatar Museums e, tra gli altri, di Graham Foundation, Aecom e Weil. Tra gli sponsor Zumtobel e Wienerberger.

Lanza atelier

Ph. Pia Rivarola

Lanza Atelier è stato fondato da Isabel Abascal e Alessandro Arienzo nel 2015 a Città del Messico. Nominato per il premio della Biennale di architettura Ibero-americana del 2016 e per il Mies Crown Hall Award for Emerging Architects dell’Iit di Chicago nel 2016 e nel 2022, oltre che per il Brick Award 2021, lo studio è uno dei vincitori dello Young Architects Prize 2017 e dell’Emerging Voices Award 2023 della Architectural League di New York, che ha descritto il loro come un lavoro “che esprime un’inventiva, una sensibilità verso il contesto e una raffinatezza compositiva che attraversa tutte le forme e le scale”.
Il loro lavoro è stato esposto in numerose manifestazioni e università internazionali.

Isabel Abascal ha studiato architettura all’ Universidad Politécnica de Madrid, alla Technische Universität Berlin e alla Vastu Shilpa Foundation di Ahmedabad diretta da B. V. Doshi. Ha insegnato per sei anni alla Escola da Cidade di São Paulo. Direttore esecutivo della piattaforma Liga di Città del Messico dal 2015 al 2017, è co-autrice di Exposed Architecture (Park Books). La sua proposta Mother Architecture: Shaping Birth è stata finalista al Wheelwright Prize nel 2023.

Alessandro Arienzo ha studiato architettura alla Universidad Iberoamericana di Città del Messico. Con la sua ricerca esplora le diverse possibilità nella pratica architettonica sviluppando e pubblicando progetti disegnati a mano come la collana libraria Housetypes. Nel 2017 Arienzo ha ricevuto il National Fund for the Arts Young Creators Prize. Con questa borsa di studio ha sviluppato una ricerca sui Security and Citizen Participation Modules network i cui risultati l’anno seguente sono diventati parte della collezione permanente del Moma di San Francisco. Molti dei suoi lavori sono stati esposti presso istituzioni culturali come il Denver Art Museum con A family of 4.

Il racconto di un serpente

Ecco come Isabel Abascal ha descritto la loro esperienza nel progettare il Serpentine Pavilion:

A un certo punto cominciai a vedere serpenti ovunque.
In molte parti del mondo sono considerati creature maligne; eppure, nella Mesoamerica, il serpente incarna la forza protettrice delle divinità che uniscono la terra, l’acqua e l’aria, e infine il cielo. Da una parte il drago trafitto da San Giorgio, dall’altra K’uk’ulkan, il Serpente Piumato dei Maya, dio della sapienza: due immagini che rivelano come una medesima creatura sia stata, nel corso della storia, espressione tanto delle nostre paure quanto delle nostre aspirazioni.
Anche gli esseri umani, in innumerevoli miti delle origini, vengono plasmati dall’argilla per mano degli dei. A volte verrebbe da credere che condividiamo i nostri cromosomi non con le scimmie, ma con i lombrichi che abitano e muoiono nel grembo della terra. Prometeo modellò con amore i nostri antenati dall’argilla, e Atena donò loro lo spirito mentre ancora si asciugavano al sole.
Di argilla essiccata al sole erano fatti anche i primi mattoni impiegati dall’uomo, diecimila anni fa. Erano inanimati, ma non del tutto privi di anima.
La visione dei serpenti si manifestò dapprima con timidezza: il sottile profilo a matita della copertura che delineava il luogo in cui io e Alessandro Arienzo, mio compagno di lavoro, avremmo progettato il Padiglione. Poi si fece più nitida grazie alla fotografia di un muro ondulato che Alessandro trovò in rete. Ben presto ne cercai altri.
Linee sinuose cominciarono ad apparire nelle ombre proiettate da una copertura di alluminio, o a nascondersi tra gli abbozzi dei disegni. Era una sensazione insieme rassicurante e inquietante. Nel nostro studio, decine di modelli di carta si accumulavano come strane manifestazioni della chioma di Medusa.
Accogliere la geometria serpentina come principio guida del progetto – e ripetere incessantemente quella parola sibilante – sembrò evocare una presenza magica. Sotto il suo incantesimo trascorsero i mesi.
La settimana prima del viaggio a York, dove avremmo visto i primi prototipi delle pareti e della copertura del Padiglione, fui colpita da una serie di disegni giallo acceso al Museo Tamayo di Città del Messico. Una didascalia spiegava che quelle linee rappresentavano serpenti e che, nella giungla dove vive l’artista yanomami Sheroanawe Hakihiiwe, gli animali vengono raffigurati attraverso le tracce che lasciano dietro di sé.
Privi di arti, i serpenti disegnano sul terreno percorsi che, nell’immaginazione collettiva, ricalcano il profilo dei loro corpi. Così facendo suggeriscono anche il profilo della memoria.
Nel 2014, prima ancora che nascesse il nostro Atelier, io e Alessandro visitammo la giungla del Chiapas. Da studente, lui vi aveva lavorato come volontario per costruire uno spazio in mattoni di terra pressata per un’organizzazione ambientalista. Fu allora che imparai una verità semplice: nella giungla le creature non si vedono quasi mai. Le si ascolta. Oppure se ne scoprono le tracce.
Molte culture si affidano alle piante medicinali per guarire i mali; i Lacandoni, invece, si affidano alle parole. Chan K’in Viejo, ultima grande guida spirituale della regione, custodiva formule che, pronunciate correttamente, diventavano magia. Gli u’tani, gli incantesimi lacandoni, possono – si dice – costruire canoe o neutralizzare il veleno di un serpente. Ma basta sbagliarne una sillaba perché il potere si trasformi in pericolo.
Anche gli elementi delle case tradizionali maya lacandone funzionano come parole che compongono frasi. Nei nomi delle parti della casa ricorre spesso il termine na, casa; nei nomi degli elementi costruttivi compare invece ché, albero, quasi che ricordarne l’origine ne rafforzi la resistenza.
In città sappiamo poco dell’estrazione dei materiali che ci circondano. Ancora meno conosciamo le radici delle parole che usiamo.
Ogni tecnica costruttiva antica è una storia composta da elementi che devono essere collocati nel giusto ordine. Se i loro nomi vengono dimenticati, insieme a essi scompare anche l’architettura vernacolare.
Si dice che il serpente biblico abbia portato il peccato. Ma ha portato anche la conoscenza.
Si dice anche che il Giardino dell’Eden sorgesse tra il Tigri e l’Eufrate, non lontano dal luogo in cui gli uomini fabbricarono i primi mattoni e innalzarono le prime città.
Le testimonianze archeologiche dei giardini antichi sono rare. Eppure è sopravvissuta una copia fedele di un affresco egizio oggi perduto, dipinto tremilacinquecento anni fa. Il cosiddetto Piano del Giardino di Sennefer raffigura l’armonia ideale tra natura e architettura: piante, animali, specchi d’acqua e costruzioni convivono in un equilibrio perfetto.
Un paradiso.
Ma cos’è davvero il paradiso?
Non è il grembo verde e profondo della giungla, dove le creature vivono libere. No. Il paradiso è uno spazio disciplinato, riportato alla misura dell’uomo.
Gli etimologi fanno risalire la parola paradiso all’antica lingua avestica. Dall’unione di pairi — intorno — e daeza — muro — nasce pairidaeza, generalmente interpretato come “giardino recintato”.
Ma quell’incontro tra “intorno” e “muro” suggerisce anche un’altra immagine: non il luogo racchiuso entro un muro, bensì lo spazio che prende forma attorno a esso.
Un muro può modellare lo spazio in molti modi. Può creare stanze all’aperto, curve come mezzelune, oppure tracciare una linea diritta. Può ricordare un dio-serpente che si solleva dalla polvere verso il cielo, anziché il suo sfortunato fratello abbattuto da una spada.
Una mattina dal cielo color perla arrivammo a Easton, nel Suffolk, per vedere per la prima volta un crinkle-crankle wall, un muro ondulato.
Dal finestrino dell’auto in corsa sembrava muoversi. Le sue ampie curve vibravano come onde. Danzando, il muro sospingeva l’aria verso di noi.
Quando scendemmo dall’auto tutti si avvicinarono per accarezzarne i mattoni. Ma il contatto lasciò una sensazione inattesa: era come se fosse stato il muro a toccare noi per primo.
Restituendo le nostre voci attraverso le sue morbide increspature, aveva già parlato.
Tra la fine del Settecento e il 1850, in Gran Bretagna esisteva una tassa sui mattoni. Per ridurne il consumo, si cercarono nuove soluzioni costruttive. Così il muro ondulato, nato nell’antico Egitto e portato in Inghilterra dagli ingegneri olandesi, si rivelò ideale.
Grazie alla sua forma sinuosa richiedeva quasi la metà dei mattoni di un muro rettilineo. Le sue curve fornivano stabilità laterale a una struttura sottile, larga appena un mattone.
Per qualche tempo il Suffolk ne fu costellato.
Prima di quel viaggio, quei muri erano muti per noi. Poi si rivelarono strumenti d’eco.
Persino il loro nome nasce dalla ripetizione di un suono, come una formula pronunciata per descrivere l’atto stesso del piegarsi: avanzare e ritirarsi, ondulare e avvolgersi, intonare un incantesimo.
I mattoni, modellati in moduli semplici, lavorano collettivamente. Se uno solo pretendesse di occupare più spazio degli altri, l’intero muro potrebbe crollare. Fin dall’antichità questa tecnica costruttiva è stata sinonimo di un accordo in cui il tutto supera la somma delle singole parti.
La terra, il suolo, l’argilla non sono entità compatte: sono aggregazioni di particelle, granello dopo granello. La formulazione più elementare dell’argilla è fragile come la polvere. Eppure, con la giusta quantità d’acqua e il fuoco di una fornace, essa si stabilizza e sopravvive alla maggior parte dei materiali che conosciamo.
I mattoni possono essere impilati per tenere fuori qualcuno oppure disposti per creare una piattaforma di incontro e celebrazione.
Provengono dalla terra, dove i serpenti prosperano. E, come i serpenti, diventano contenitori delle nostre paure e delle nostre aspirazioni.
Il Padiglione 2026 materializza i confini del prato della Serpentine in una panca a sud e in un muro a nord. Tracciando quei limiti, tuttavia, li apre verso l’esterno.
Quei confini diventano abitabili.
Un muro serpentino attraversa il sito trasferendo energia e movimento allo spazio circostante.
Questa è la nostra interpretazione contemporanea del pairidaeza: un luogo in cui i mattoni sono inanimati e tuttavia non privi di anima.

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