Fino al 20 dicembre è in corso a Mendrisio, al Teatro dell’architettura dell’Università della Svizzera italiana (USI) La costruzione dell’architettura in Ticino, 1939-1996. Materialità e tettonica.
Promossa dall’Accademia di architettura e curata da Franz Graf con Britta Buzzi, Carlo Dusi, Alessandro Bonizzoni e Sebastiano Verga, la mostra presenta i risultati del generoso scambio tra il potenziale pedagogico di un’architettura di grande qualità sebbene talvolta un po’ dimenticata, e la rivelazione e reinterpretazione dei suoi caratteri costruttivi da parte di aspiranti architetti.

Questo dialogo creativo ha dato luogo a un lavoro di ricerca sull’architettura contemporanea nel Canton Ticino che l’Accademia di architettura porta avanti da oltre vent’anni con i propri studenti. Attraverso l’analisi e il disegno degli studenti dell’Accademia, la mostra mette in evidenza le specificità costruttive, architettoniche e spaziali degli edifici di un patrimonio architettonico e culturale che ha segnato il tessuto urbano e territoriale del Cantone Ticino.
La ricerca ha contribuito alla creazione di un catalogo provvisorio degli edifici moderni del Ticino scelti – in maniera non esaustiva, sono 160 quelli studiati negli anni – non per ricordare i protagonisti della ‘scuola ticinese’, ma per il loro interesse costruttivo. La storia materiale dell’edilizia diventa così strumento per l’analisi e la conoscenza delle tecniche, del cantiere e dei sistemi costruttivi che hanno generato la tettonica di quelle architetture. Ciò ha messo in evidenza, anche se solo parzialmente, una pluralità di valori di cui queste architetture sono portatrici in questo specifico contesto culturale e territoriale.

La costruzione dell’architettura in Ticino prende in esame cento architetture, dodici delle quali presentate nel dettaglio e accompagnate da pubblicazioni che contengono testi critici, storici, testimonianze e approfondimenti.
Insieme alle rielaborazioni grafiche degli studenti dell’Accademia di architettura, costruiscono un percorso cronologico che consente una rilettura di circa cinquant’anni di architettura ticinese con uno sguardo ravvicinato alla sua tettonica e alla sua materialità.
Varie le tecniche di costruzione – dalle murature in pietra alle strutture in calcestruzzo e acciaio, dal mattone in terracotta alle strutture aaltiane in legno di recupero, fino ai volumi ancorati al suolo o sospesi – come momenti di espressione della poetica che quegli edifici esprimono.

Tra le architetture più rappresentative del periodo 1939-1996: la Biblioteca Cantonale (1941) di Carlo e Rino Tami; l’Arsenale militare di Biasca (1942) di Giuseppe Antonini, Giannetto Broggini, Bruno Brunoni, Giuseppe Ferrini, Ferdinando Fischer, Augusto Jäggli, Americo e Attilio Marazzi, Oswald Roelly, Carlo e Rino Tami; il Deposito Avegno (1955) di Rino Tami; l’Albergo Arizona (1957) di Tita Carloni con Luigi Camenisch, il Villaggio vacanze I Grappoli (1960) di Manuel Pauli e August Volland con Eva Pauli Barna; la Centrale idroelettrica Nuova Biaschina (1967) di Augusto Jäggli, Giovanni Lombardi e Giuseppe Gellera; il Cinema-Teatro Blenio (1958) di Giampiero Mina; la Casa Valleggione (1969) di Peppo Brivio; la Villa Gerosa (1971) di Tita Carloni, le Case Terenzio (1971) di Roberto Bianconi; la Scuola media Losone (1974) di Livio Vacchini con Aurelio Galfetti; la Casa a Ligornetto (1976) di Mario Botta.

La mostra è accompagnata da tre reportage della Radiotelevisione della Svizzera Italiana (RSI) e da fotografie di Roberto Conte realizzate nell’autunno del 2025, che permettono il confronto con ciò che oggi è diventato patrimonio, da identificare, salvaguardare e trasmettere alle future generazioni.

La costruzione dell’architettura in Ticino restituisce la sintesi del lavoro svolto dall’area di Costruzione e Tecnologia dell’Accademia di architettura assieme a studentesse, studenti, architetti, ingegneri, proprietari degli edifici, nonché con l’aiuto indispensabile degli archivi privati e pubblici, cantonali, comunali e in particolare dell’Archivio Architetti Ticinesi e dell’Archivio del Moderno dell’USI.
